Kinosaki, viaggio nella tradizione giapponese

Lo dico sempre, la cosa più straordinaria dei viaggi è come riescono a vivere dentro di te, nonostante siano finiti. Affinché succeda questo personalmente cerco di rendere indimenticabile la visita di un posto camminando molto a piedi, entrando nei piccoli locali pubblici e, quando possibile, sbronzandomi con la gente del posto.  

Kinosaki è una piccola città giapponese che ho visitato qualche anno fa e, per il momento, fa parte di quei viaggi che dentro di me continuano a vivere. Da decenni è molto frequentata dai giapponesi che la vedono come meta di relax per via delle onsenle terme giapponesi. 

Ho alloggiato in una ryokansi chiamano così le case tradizionali giapponesi. Izumi, una giapponese dall’età indefinibile, mi fece vedere subito la mia camera. Volevo piangere, sembrava di essere a casa di Hataru Moroboshi, ero tornato bambino capite? 

Subito dopo la mia ospitante cominciò a spiegarmi come si indossa lo yukata, quello che noi chiamiamo kimono, che avrei indossato successivamente per raggiungere le terme. La traduzione di una giapponese, che parla male in inglese, a un italiano, che capisce male l’inglese, fu all’incirca questa: “Attenzione, quando tu indossare giacca kimono, chiudi giacca con parte destra che copre parte sinistra, se tu fare contrario tu morto”. Sentii un brivido che mi attraversava la schiena, non conoscevo le usanze di quel posto così lontano e tradizionale. Ero preoccupato perché, inconsapevolmente, con un mio gesto potevo urtare la suscettibilità della comunità locale, la mafia giapponese è così crudele, le spade dei samurai così taglienti. 

Quando cercai di far capire le mie preoccupazioni, Izumi scoppio a ridere. Mi spiegò che era loro usanza chiudere la giacca che indossano i defunti al contrario di come la indossano i vivi, e che una mia distrazione nel modo di indossarla, al massimo avrebbe fatto ridere qualcuno ma di sicuro non scatenato la sua ira. 

Izumi andò via che rideva ancora. Una volta fuori mi fiondai sullo yukata. Ah, quando l’ho indossato! La prima cosa che ho fatto è stata andare davanti allo specchio per scattarmi una foto. Ho pensato: “Sembro il boss Matsumoto in Kill Bill”.  Il mio vigore spirituale è crollato subito dopo, quando sono sceso in strada con i geta, i sandali giapponesi in legno. Vi renderete conto della difficoltà nel camminarci solo una volta indossati. 

Mentre avanzavo pieno di vergogna alla velocità di tre metri all’ora, prendevo coscienza di quello che mi circondava; la tradizione del Giappone fatta villaggio. Le case basse, le canne di bambù che dalle fontane dei giardini si facevano sentire, i giapponesi incrociati nella mia passeggiata che mi salutavano. Cercavo l’oriente in quel viaggio e Kinosaki me lo aveva servito in tutta la sua essenza. 

Le onsen si trovavano a mezzo chilometro da casa. All’interno le vasche degli uomini sono separate da quelle delle donne e ci si immerge completamente nudi in quanto, secondo la tradizione, anche un costume viene considerato impuro. Anche gli asiatici con mezzo corpo tatuato non vengono visti di buon’occhio nelle onsen questo perché  gli appartenenti alla yakuzala mafia giapponesesono appunto tatuati. 

Di sera cenai in un ristorante che mi era stato consigliato da Izumi. Ero da solo e quindi cenai davanti al banco dello chef con altre persone che mi guardavano incuriosite, nei piccoli ristoranti in Giappone mi è capitato spesso. Grazie a Google translate scambiai delle chiacchiere con dei giapponesi. Ordinarono a fine pasto cinque sakeio naturalmente bevvi con loro e sul finire ci tennero a farmi ascoltare delle canzoni giapponesi cantate da loro stessi. Non furono bravi a cantare. A fine serata ero felicissimo, mi guardai allo specchio, avevo le sembianze di un giapponese. Il sake fa brutti scherzi. 

Raffaele d’Ambrosio su CoffeePaper